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Quando il mondo entra in classe

Cinque giorni, due culture, un progetto comune

Il racconto di un incontro che ha lasciato il segno

 Aprile 2026    Istituto Zanon, Udine

Il ricordo della Svezia

C'è un momento preciso in cui capisci che un'esperienza ha cambiato qualcosa dentro di te. Non è quando sali sull'aereo, non è quando arrivi in un paese straniero: è quando rivedi le persone con cui hai condiviso dei giorni speciali e ti rendi conto che il tempo trascorso non ha scalfito nulla di ciò che avete costruito insieme. Quel momento è arrivato lunedì 13 aprile, quando i nostri compagni svedesi hanno varcato le porte della Zanon.

Era passato quasi un mese dalla nostra avventura in Svezia, quella prima metà del progetto Erasmus+ che ci aveva catapultato in un mondo diverso — le giornate lunghissime, il silenzio ordinato dei corridoi, la fika, quella pausa caffè elevata quasi a rito collettivo. Ci eravamo portati dietro molto di quell’esperienza, ma con il tempo e la routine alcune sensazioni si erano inevitabilmente affievolite. Il loro arrivo le ha rese di nuovo più vive.

Rompere il ghiaccio: conoscersi davvero

La prima mattina avremmo potuto cominciare con un'introduzione formale, un giro di presentazioni, i "ciao" educati di chi non si conosce ancora bene. Invece no. Ci siamo ritrovati seduti in cerchio, guardandoci negli occhi, con un solo gioco: un numero di domande, il più alto possibile, prima che la campanella suonasse il cambio di partner. Sembra semplice. Non lo è.

Quando sei costretto a fare domande rapide a qualcuno che parla un’altra lingua e viene da un’altra cultura, smetti di filtrare e inizi davvero a essere curioso. Così, anche con un gioco all’apparenza banale, si ricrea quella confidenza che credevamo di aver perso.

Ma il momento che ha rotto ogni residua barriera è stato un altro: il ritratto a matita. Seduti uno di fronte all'altro, senza mai staccare la punta dal foglio e senza mai distogliere lo sguardo dall'altra persona. Il foglio che ne usciva era storto, ma nessuno rideva del disegno. Tutti ridevano della situazione, di quegli sguardi fissi, di quella concentrazione goffa e sincera.

Un progetto comune tra culture diverse

Dietro alle risate e agli esercizi creativi c'era un lavoro serio da portare a termine. In Svezia avevamo posato le fondamenta: sviluppare un packaging capace di fondere due mondi apparentemente distanti, il caffè italiano e la fika svedese. Un'idea ambiziosa, prima ancora che commerciale.

Ritrovarsi nei rispettivi gruppi di progetto, riannodare i fili di un lavoro interrotto settimane prima, rimettere in moto una macchina creativa composta da persone di nazionalità, linguaggi e culture diverse: questa è stata la vera sfida. E la vera bellezza. Perché nel confronto nascono le idee migliori — quando uno propone qualcosa che all'altro sembra ovvio, e viceversa, e insieme si trova qualcosa che nessuno dei due avrebbe trovato da solo.

Sostenibilità e responsabilità sociale

La conferenza sulla sostenibilità e sulla corporate social responsibility ci ha poi offerto una lente nuova con cui guardare il nostro stesso progetto. Scoprire che la responsabilità sociale non appartiene solo alle grandi multinazionali, ma si declina anche nelle imprese di servizi, nei piccoli gesti quotidiani, nelle scelte di packaging, ci ha fatto sentire che, quello che stavamo creando, aveva una dimensione più ampia di quanto pensassimo. Non era solo un prodotto. Era un modo di stare nel mondo.

Riscoprire la propria città attraverso gli altri

Portare qualcuno a scoprire la tua città è stata un’esperienza che ci ha restituito qualcosa di inaspettato: la meraviglia di chi guardava per la prima volta ha costretto anche noi a rivederla con occhi nuovi. Camminare per le piazze di Udine con i ragazzi svedesi, raccontando storie di muri, torri e portici che vedevamo ogni giorno senza più notarli davvero, ci ha ricordato quanto fossimo fortunati ad abitare una città così ricca di storia.

Nei loro occhi c’era una curiosità genuina, non quella educata di chi ascolta per dovere. Facevano domande, si fermavano, fotografavano angoli che noi avremmo attraversato senza voltarci. Ed è stato bellissimo, perché in quel momento non eravamo più studenti in gita: eravamo ambasciatori della nostra cultura, orgogliosi di poterla condividere.

Il confronto con la memoria storica

Non tutto è stato leggerezza. La visita alla mostra "L'inferno nazista" allestita all'interno della scuola ha aperto una parentesi silenziosa e necessaria. Una narrazione toccante degli orrori della Shoah e della persecuzione di milioni di persone, un pezzo di storia che appartiene a tutti, dai giovani di oggi agli adulti del domani.

Pordenone: la responsabilità, il mondo reale

La visita aziendale alla CGN Service di Pordenone ci ha proiettati fuori dall'aula e dentro al mondo del lavoro. Workshop, case study, confronto diretto con professionisti che fanno della sostenibilità non una dichiarazione di intenti, ma una pratica concreta. Era esattamente il tipo di connessione che un progetto, come il nostro, promette: non studiare l'economia, ma toccarla.

Per i nostri ospiti svedesi era anche un'immersione nel modo italiano di fare impresa, con tutte le sue particolarità, la sua umanità, la sua vocazione al rapporto personale. Per noi era una conferma: le competenze che stiamo costruendo non appartengono solo ai libri.

Cividale 

Uno dei momenti migliori è stato, senza dubbio, il pomeriggio trascorso a Cividale del Friuli, una cittadina che sembrava uscita da un racconto, con i vicoli di pietra antica e il Natisone che scorreva sotto i ponti con una calma unica.

Abbiamo fatto assaggiare loro il cibo tipico friulano, abbiamo condiviso il gelato seduti al sole di aprile. Eravamo tutti insieme, senza agenda né orari stretti: solo noi, il cibo, la città e quella sensazione rara di essere nel posto giusto, con le persone giuste, nel momento giusto.

Il pitch, i saluti, e ciò che resta

Giovedì pomeriggio, di fronte a una giuria, i tre gruppi hanno presentato il loro progetto: settimane di lavoro, due paesi, due culture e una lingua comune trovata nel mezzo, l’entusiasmo. Guardare i compagni — italiani e svedesi insieme — difendere un’idea costruita con fatica e creatività è stato uno di quei momenti in cui si capisce perché si studia e perché esperienze così vadano vissute almeno una volta.

Poi è arrivato il momento dei bilanci, condivisi ad alta voce: i ricordi più belli, le cose imparate, le risate che nessuno avrebbe dimenticato. Un cerchio che si chiudeva, ma non per sempre, perché certe connessioni non finiscono quando finisce il programma.

E come ogni giorno di quella settimana, anche l’ultimo ci ha visto camminare in centro, gelato in mano, prima di salutarci: un rituale piccolo, quasi banale, che però ogni volta valeva più di mille discorsi.

Cosa porta a casa un'esperienza Erasmus+

Non si tratta solo di competenze linguistiche o di un progetto di packaging. Si tratta di imparare che il dialogo tra culture diverse non è complicato: basta avere il coraggio di iniziarlo. Tornare da questi cinque giorni significa portare con sé un pezzo di Svezia, un modo diverso di guardare le cose, e la consapevolezza che il mondo è molto più vicino di quanto sembri quando si è disposti ad aprire la porta.

Questo è stato il nostro Erasmus+. Non una gita. Non un progetto scolastico. Un'esperienza che ha lasciato un segno e che, ne siamo certi, continuerà a farlo ancora a lungo.

Beatrice Comina, Annalisa Celeste, Tommaso Miani, Antonino Costantino 4A SIA

Agnesa Nadiradze 4A AFM

Tata Mumladze 4A RIM