“Un paltò fuori stagione”: la memoria si fa cura nell’incontro con Carlo Bava
Il 29 aprile 2026, l’Aula Magna del nostro istituto ha ospitato un intenso dialogo tra Martina Del Piccolo e lo scrittore Carlo Bava. Al centro dell'incontro la storia di un giovane profugo, la riflessione sull’irrazionalità della guerra e il valore della scrittura come memoria personale.

Si può fuggire di casa a quindici anni con addosso solo un cappotto troppo pesante per la stagione e la speranza come unica bussola? È questa la domanda silenziosa che ha fluttuato nell'aria della nostra Aula Magna durante l’incontro con Carlo Bava, autore del libro Un paltò fuori stagione. L’evento, inserito nel progetto “L'officina delle storie. Percorsi culturali per una biblioteca attiva” in collaborazione con la Biblioteca Joppi e l’ANPI di Udine, ha fatto parte del ricco programma dell’Anteprima della Notte dei lettori, che quest’anno ha scelto un tema quanto mai attuale: La cura, Vê cure – I care. Accompagnato dalle domande di Martina Del Piccolo, Carlo Bava ha condiviso con gli studenti la vicenda di suo padre che, all’indomani dell’8 settembre 1943, sotto l’occupazione nazista, scelse la via della fuga verso la Svizzera. Una "microstoria" familiare che però parla a tutti noi, ricordandoci come i grandi eventi del passato siano fatti di carne, ossa e scelte individuali.

Il racconto di Bava è stato quello di un narratore appassionato, capace di trasmettere l’assurdità e l’irrazionalità della guerra. Attraverso le sue parole, abbiamo ripercorso il destino del padre e dello zio: una volta raggiunta la Svizzera, i due non trovarono una libertà immediata, ma il duro regime dei campi profughi e dei campi di internamento di lavoro. Destinati ufficialmente a fare i contadini, si ritrovarono invece a costruire un aeroporto militare, testimonianza di come anche nei paesi neutrali la guerra imponesse le sue logiche distorte.

Un momento di profonda riflessione è scaturito dal parallelismo con Liliana Segre, presentato dagli studenti di 5AS. Anche lei, quasi coetanea del padre di Bava, tentò la stessa disperata fuga verso la Svizzera negli stessi mesi. Ma se per la famiglia Bava la frontiera significò la salvezza, per Liliana si spalancarono le porte della cattura e della deportazione ad Auschwitz. Questa differenza di destino ha sottolineato con forza la fragilità della condizione umana in tempo di conflitto e l'importanza di non dimenticare.
Oltre alla testimonianza storica, Carlo Bava ha voluto lasciare ai ragazzi un messaggio profondamente personale. Ha parlato dell’importanza del dialogo per superare i conflitti e ha invitato tutti a riscoprire il valore della scrittura, consigliando di scrivere "prima di tutto per se stessi", come strumento per conoscersi e curare le proprie ferite.

In linea con il tema della "Cura", l’autore ha anche ricordato come la musica rappresenti una terapia per l’anima, un rifugio e una forza rigeneratrice nei momenti più bui.
La storia di quel "paltò fuori stagione" ha offerto non solo una lezione di storia, ma una vera e propria lezione di umanità.
